Di Maio interviene all'Assemblea Confindustria

Mercoledì, 22 Maggio 2019

Il discorso del Ministro

 

Il Ministro Luigi Di Maio è intervenuto oggi all'Assemblea pubblica di Confindustria.

L'evento si è svolto a Roma all'Auditorium Parco della Musica.  

 

Intervento del Ministro

"Buongiorno a tutti,

ai Signori Presidenti delle Camere,

al Presidente del Consiglio Conte,

al Presidente Boccia,

ai Ministri,

alle Autorità e a tutti gli ospiti,

è un onore prendere parte alla mia prima assemblea di Confindustria, occasione unica per ascoltare il vostro punto di vista e condividere le linee strategiche che ho intenzione di portare avanti per la durata del mio mandato.

Circa un mese fa, nel nostro incontro a Milano, è rimasta alle cronache un’affermazione che ha fatto scalpore: “Di Maio sembra uno di noi”.

Ci si è concentrati su quella frase come se esistessero due mondi contrapposti, ignorando che pur nell’accesa dialettica, sin dai primi giorni d’insediamento di questo Governo, l’intensità della collaborazione per individuare i provvedimenti utili a far ripartire l’economia del Paese è andata sempre aumentando.

Se oggi sono qui davanti a questa platea, come Ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, è perché gli italiani ci hanno chiesto di cambiare qualcosa e di perseverare ogni giorno, tutti insieme.

Io penso che la nostra sfida più grande risieda proprio nella contaminazione delle idee, nel confronto, nel dialogo costante e, talvolta, anche nel compromesso.

Perché al di là delle frasi a effetto, c’è una cosa che la realtà ci consegna ogni giorno, in modo chiaro e semplice, sia sui nostri tavoli come Ministri, sia sui vostri come imprenditori: senza il confronto e il dialogo, questo Paese non lo possiamo governare!

Come voi abbiamo a cuore le sorti dell’economia del Paese e come tutti voi lavoriamo ogni giorno per scongiurare un rallentamento della produzione industriale.

Siamo tutti qui, oggi, semplicemente come persone che amano l’Italia e che fanno sistema, per dare ogni giorno di più all’Italia quello che le spetta: una posizione da leader in Europa.

Oggi, quindi, sono qui per parlare del futuro.

Alla vigilia delle elezioni non possiamo permetterci di mettere in discussione l’Europa e la permanenza del nostro Paese nell’Unione.

Questo non significa che le regole alla base dell’Europa non possano essere contestate e radicalmente trasformate.

Per anni i vantaggi di un percorso comune tra i Paesi del Vecchio Continente sono stati evidenti e si è assistito alla corsa per farne parte. Adesso l’Europa ha perso il suo appeal, è aumentato il distacco con i cittadini e le imprese. Della UE si percepiscono più i limiti che i benefici. La sfida dei prossimi anni sarà sanare la frattura tra le istituzioni e le persone, ricalibrando gli equilibri odierni.

Benessere dei cittadini, lavoro e crescita sostenibile sono le fondamenta del progetto europeo, ma da troppo tempo questi principi cardine sono stati sostituiti solo da rigore e austerity, su cui registriamo in queste settimane un tardivo e opportunistico mea culpa di chi a lungo li ha sostenuti con cieca ostinazione.

Non ho mai pensato che occorra rinunciare alla disciplina dei conti pubblici. Le azioni di tutti i Paesi devono reggersi su fondamenta solide. Serve senso di responsabilità per non ipotecare il futuro dei nostri figli a vantaggio di un presente fragile e illusorio. Per questo credo che si debbano stigmatizzare sempre dichiarazioni che parlano del 140% del rapporto debito/PIL, così come mi sono battuto in passato per non accanirsi sugli “zero virgola” del rapporto deficit/PIL.

Resto convinto che il confronto con le istituzioni europee non possa ridursi a questo: la posta in gioco è ben più alta!

Quello che deve essere rimesso in discussione è l’approccio ideologico che ha reso i vincoli di bilancio l’obiettivo prevalente, se non esclusivo, dell’azione di alcune istituzioni europee. Rigore e crescita devono tornare a essere compatibili, ribaltando l’attuale scala gerarchica che ne regola i rapporti. Questo lo sapete meglio voi: tutto dipende dalla qualità della spesa di un’azienda, dalla bontà di un investimento. E questo vale anche per lo Stato.

La storia è una grande maestra, ma è indispensabile che venga ricordata per non ripetere gli stessi errori: dobbiamo archiviare il periodo dell’austerità fine a se stessa e rilanciare un modello di spesa pubblica, volta alla crescita imprenditoriale, sostenibile, e al benessere sociale.

Un modello di spesa che abbia come faro la diminuzione del debito pubblico attraverso gli investimenti e non attraverso i tagli lineari.

L’Unione ha puntato a garantire il rispetto della concorrenza tra imprese europee e una delle priorità è stata vigilare su qualsiasi operazione di aggregazione e fusione che avrebbe potuto portare a posizioni dominanti. Ci è stato imposto un regolamento degli aiuti di Stato che ha introdotto vincoli spesso inconciliabili con le esigenze delle imprese.

Abbiamo puntato al pareggio competitivo tra Stati europei senza accorgerci che nel frattempo il mondo stava andando in un’altra direzione e a ben altra velocità. I nostri concorrenti non erano più i vicini di casa, ma i due grandi blocchi geo-economici che stavano crescendo a ritmi non comparabili ai nostri.

Usa e Cina in questi anni hanno avviato politiche sempre più aggressive, sebbene in antitesi, basate su un modello di sviluppo chiaro: in un caso si è puntato a valorizzare i big player privati e nell’altro si è fatto ricorso al forte sostegno dello Stato.

Ho letto le vostre analisi sulle “Politiche economiche europee possibili”, in cui proponete una via alternativa coerente con la nostra tradizione imprenditoriale e culturale. Sono d’accordo. Pubblico e privato devono collaborare per concentrare tutte le energie in grandi progetti che restituiscano all’Europa la capacità di essere competitivi su scala planetaria.

Noi tutti vogliamo un’Europa che sia in grado di offrire nuove opportunità, nuova conoscenza e scambi culturali: solo unendo il meglio proveniente dai singoli Stati potremo vincere le prossime sfide.

Penso per esempio alla ricerca. La prossima Commissione sarà chiamata a definire il nuovo Horizon, il più ambizioso programma di ricerca e innovazione di sempre: 100 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 da programmare semplificando le procedure di assegnazione delle risorse, migliorando i modelli e le forme di finanziamento, evitando dispersioni che ne vanificherebbero l’efficacia.

Nell’ultima legge di Bilancio abbiamo approvato un grande progetto sulla Microelettronica che ci vede partner insieme ad altri paesi europei: per la prima volta, a più di 60 anni dall’approvazione del Trattato sul funzionamento dell’Unione, si è data concreta attuazione a quanto previsto per la realizzazione di quello che è definito: l’Importante Progetto di Comune Interesse Europeo (IPCEI).

L’industria europea ha accumulato gravi ritardi nel presidiare le più innovative catene globali del valore, incapaci di mettere a sistema le competenze e specificità delle nostre più avanzate manifatture.

L’esperienza dell’Importante Progetto di Comune Interesse Europeo va adesso replicata, accelerando la definizione dei piani di azione per i nuovi ambiti di intervento strategici individuati dall’Europa. Chiederemo come Governo di rendere più efficiente lo strumento, intervenendo su un processo che si è rivelato lungo e farraginoso. Non possiamo più permetterci briglie che frenano la realizzazione di iniziative e progetti, soprattutto se finalizzati a crescita e innovazione.

Questa è la direzione per restituire centralità alla politica industriale e all’economia reale, così da rimediare a disastri della “finanziarizzazione” della globalizzazione che ha messo in discussione i valori su cui si fonda la società in Europa.

È innegabile che il liberismo senza regole abbia creato squilibri danneggiando alcuni settori produttivi, favorendo la concorrenza sleale e costringendo paesi come il nostro a subire dumping, anche sociale e ambientale.

Il lavoro è stato spesso “acquistato” dove era più conveniente, trasferendo produzioni alla ricerca di maggiori margini, anche attraverso lo sfruttamento dei differenziali nei livelli salariali e nei diritti sociali. Questi fenomeni di delocalizzazione hanno penalizzato molti paesi sviluppati, in un duplice modo: hanno causato perdita di occupazione attraverso il trasferimento delle produzioni o con importazioni di beni prodotti in condizioni di concorrenza sleale.

I dividendi di questo modello si sono ripartiti in modo disomogeneo, tra i diversi paesi e all’interno dei singoli paesi. La “grande frattura” tra ricchezza e povertà si è in alcuni casi ampliata, invece di ridursi.

Quello che vogliamo, e che chiediamo con forza alle istituzioni europee, non è una risposta con il ritorno al protezionismo. Quello che chiediamo e vogliamo è che la spinta all’apertura dei mercati sia equa e reciproca, nel rispetto di regole condivise, e che sia finalizzata alla crescita sostenibile diffusa e all’occupazione.

Per questo è indispensabile affrontare in modo serio anche un altro argomento: l’introduzione del salario minimo europeo. L’Europa è stata sempre all’avanguardia nella difesa dei diritti della persona, un modello di riferimento. Dobbiamo recuperare quello spirito originario.

Il mio non vuole essere un approccio protezionista. È un approccio realista di un Governo che indica le priorità per il nostro sistema produttivo e per i nostri cittadini. Sono convinto che la tutela dell’interesse nazionale passi attraverso la costruzione di un nuovo concetto di interesse europeo.

Anche per questo lavoreremo affinché all’Italia spetti l’attribuzione della carica di Commissario in settori qualificati come l’Industria, l’imprenditoria, la concorrenza, il commercio e il mercato interno. In ogni caso l’Italia deve riappropriarsi dei ruoli nella commissione europea che ci consentano di orientare la politica industriale comunitaria.

Abbiamo un tessuto imprenditoriale che ci permette di interpretare e declinare in modo inedito la politica industriale, tutelando finalmente anche le piccole e medie imprese, troppo a lungo emarginate nelle valutazioni di scelta di questa Unione.

In Europa, già su molti temi abbiamo detto la nostra e siamo stati ascoltati.

Per Blockchain e Intelligenza Artificiale siamo pionieri e ricopriamo un ruolo di leader: dopo l’adesione italiana al progetto “European Blockchain Partnership”, abbiamo definito per primi in Italia un riconoscimento giuridico alla Blockchain e agli Smart Contract. Abbiamo costituito due comitati di esperti che stanno ultimando la definizione delle linee guida.

Nell’applicazione della Blockchain abbiamo iniziato delle sperimentazioni per la tracciabilità e la certificazione dei prodotti Made in Italy nel settore tessile. Una sperimentazione già avviata da marzo. E a breve replicheremo anche nell’agroalimentare e l’obiettivo è contrastare il falso made in Italy nel mondo.

Anche sull’energia abbiamo assunto, dal nostro insediamento, una posizione chiara e lo abbiamo dimostrato in sede di Consiglio Europeo, quando abbiamo chiesto di fissare un obiettivo più sfidante da adottare nel Regolamento.

La priorità è sicuramente la decarbonizzazione della produzione e l’intero settore industriale nei prossimi anni sarà accompagnato in una riconversione profonda.

Il nostro Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), di cui abbiamo presentato una prima bozza in Europa lo scorso dicembre, come sapete, lo finalizzeremo entro il 2019 e prevede degli obiettivi vincolanti e molto sfidanti al 2030: cito ad esempio la copertura del 30% dei consumi finali lordi di energia da fonti rinnovabili, cui faremo contribuire significativamente i trasporti con un 21,6% di quota rinnovabile di settore e il phase out del carbone dalla produzione elettrica, già dal 2025, anticipando qualche chiusura al 2023.

Le imprese giocheranno un ruolo fondamentale in questo processo, solo insieme ai nostri imprenditori potremo andare incontro al cambiamento in questo settore e non subirlo. Compito delle istituzioni sarà favorire gli ingenti investimenti previsti, fornendo nei prossimi anni un quadro normativo e regolatorio chiaro e stabile. Ma soprattutto, un piano straordinario di incentivi che consenta di affrontare questa fase di transizione.

Il Piano richiederà investimenti aggiuntivi al 2030 per più di 180 miliardi di euro rispetto a quelli previsti a politiche correnti, indirizzati a soluzioni ad alto contenuto tecnologico e di innovazione.

È chiaro che dovremo attuare insieme questa rivoluzione, senza lasciare indietro nessuno. Per perseguire questo obiettivo occorre una corretta pianificazione che coinvolga tutti gli stakeholder, come già abbiamo iniziato a fare con la consultazione appena conclusasi sul Piano Nazionale, a cui tutti voi avete dato un contributo. E per questo vi ringrazio.

Il dialogo è l’unica via per perseguire gli ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione, che saranno raggiunti solo a fronte di una forte partecipazione di tutto il settore produttivo che, così, potrà essere ancora più competitivo sui mercati internazionali.

Ricordo che l’export in generale è stato la nostra forza in questi anni di grave difficoltà. E ricordo che nel 2018 abbiamo esportato merci per 463 miliardi di euro, il valore più alto mai raggiunto, con un aumento di oltre il 3% rispetto al 2017.

Guardiamo con crescente preoccupazione all’irrigidimento della politica commerciale statunitense e alle ricadute che penalizzeranno anche i nostri prodotti. E qui ben vengano i negoziati commerciali se sono in grado di rimuovere le barriere, soprattutto non tariffarie, che ostacolano le esportazioni.

È il momento di essere pragmatici e superare alcune posizioni frutto del pregiudizio ideologico. Credo che ogni volta, caso per caso, per le nostre imprese, per i nostri lavoratori, per la crescita e per l’occupazione si debbano considerare le ricadute.

Un no assoluto e pregiudizievole non è nelle mie corde: né per le infrastrutture, né per il mantenimento in funzione di un impianto, né per gli accordi commerciali!

Il nostro Paese è la seconda manifattura a livello europeo e il nono paese esportatore al mondo di merci. Questi risultati sono stati raggiunti dalle imprese che hanno saputo innovare, puntare sul Made in Italy, investire per competere sui mercati internazionali dando un contributo eccezionale allo sviluppo del Paese.

Se è vero che avete raggiunto risultati straordinari, dobbiamo anche avere la consapevolezza che i margini per un ulteriore rafforzamento dell’internazionalizzazione ci sono e sono ancora molto ampli. Sta a noi, imprese e sistema pubblico, collaborare per poter cogliere queste opportunità.

Prima di tutto dobbiamo superare l’eccessiva concentrazione delle nostre esportazioni che per il 56% sono destinate all’interno dell’Unione Europea a 28. Dobbiamo continuare a presidiare i “mercati maturi”, uno su tutti quello statunitense dove realizziamo un avanzo commerciale superiore a 26 miliardi di euro. E dobbiamo, tuttavia, aumentare la penetrazione in quei mercati che hanno tassi di crescita ineguagliati a livello globale: penso alla Cina, il cui PIL è cresciuto più del 6,5% nel 2018, e all’India che ha segnato nello stesso anno un +7,1%. Questo dato, più di ogni altra parola, illustra le ragioni delle iniziative promozionali che abbiamo assunto in questi due Paesi.

Poi, dobbiamo puntare a consolidare le capacità di esportazione delle imprese già internazionalizzate e, allo stesso tempo, ad aumentare il numero delle imprese esportatrici.

I numeri li conoscete meglio di me: le imprese esportatrici sono circa 200.000 e rappresentano meno del 5% di tutte le imprese attive. Tuttavia, quelle stabilmente presenti nei mercati esteri sono appena 50 mila. Dobbiamo fare di più per spingere le nostre imprese a competere sui mercati internazionali.

Il dato impressionante del valore dell’Italian sounding - secondo alcune rilevazioni pari a circa 100 miliardi di euro all’anno - testimonia che esiste una domanda di Made in Italy che non riusciamo a intercettare. Possiamo e dobbiamo lavorare maggiormente per aiutare le imprese a creare competenze stabili in materia di internazionalizzazione e contrastare con le nuove tecnologie, questi 100 miliardi di italian sounding nel mondo.

Informazione e formazione per le imprese in materia di internazionalizzazione sono un elemento essenziale dell’attività promozionale che va potenziato, utilizzando tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione: ICE-Agenzia, Camere di Commercio, il sistema di Cassa Depositi e Prestiti.

Anche le medie e grandi imprese, le cosiddette “born global”, possono dare un contributo fondamentale, promuovendo all’estero interessi di filiera, associando alla loro internazionalizzazione anche quella delle PMI.

È quello che vogliamo fare e stiamo facendo con le missioni all’estero assieme alle imprese, a cui con mio grande piacere stanno partecipando realtà imprenditoriale che non avevano mai partecipato. In ordine di tempo, una delle ultime missione di sistema negli Emirati Arabi, a metà aprile, ha visto la partecipazione di 140 imprese: a fianco delle principali grandi e medie imprese interessate al mercato, due terzi dei partecipanti non aveva mai preso parte a una missione di sistema.

C’è ancora un grande lavoro da fare insieme per irrobustire ulteriormente l’internazionalizzazione. Il Governo si è impegnato in questa direzione e la prima più immediata testimonianza è il rifinanziamento del piano promozionale straordinario del 2019 per 140 milioni di euro, 10 in più rispetto all’anno precedente a cui, grazie al Decreto Crescita, vogliamo aggiungere altre risorse per sostenere la partecipazione delle imprese italiane alle fiere internazionali.

Ma al di là delle risorse, dopo 5 anni di attuazione del Piano, ritengo sia utile riflettere insieme su cosa ha funzionato bene e cosa, al contrario, può essere modificato o migliorato. È una riflessione che intendiamo condurre in modo aperto e inclusivo con tutti gli attori del sistema promozionale e del sistema produttivo. Per questa ragione, vorrei che la prossima Cabina di regia per l’Italia Internazionale, che presiederò con il Ministro Moavero nella seconda parte dell’anno, diventi un importante momento di confronto per perfezionare gli strumenti di promozione.

Il metodo di ascolto ricorre in ogni ambito di competenza del mio Ministero e degli altri Ministeri, dove abbiamo aperto tavoli di confronto con i diversi soggetti coinvolti al fine di trovare insieme soluzioni, semplificazioni e miglioramenti dedicati ai vari strumenti esistenti.

Questo metodo è stato seguito per il Decreto Semplificazioni, il Decreto Crescita, il Decreto Sblocca Cantieri, tutti provvedimenti che abbiamo concepito insieme alle associazioni di categoria e su cui possiamo fare ancora molto di più nella fase di conversione. Stiamo cercando di favorire lo sviluppo di un ecosistema più favorevole alle imprese, anche intervenendo sullo snellimento degli oneri burocratici.

Dopo anni di promesse, siamo riusciti ad abolire uno dei simboli della burocrazia italiana: il Sistri. Un registro che nasceva da un principio, tutelare l’ambiente, ma che nella sua attuazione ha finito per danneggiare la vita di tante aziende. Adesso continueremo a lavorare, cancellando molti altri adempimenti inutili.

Non è affatto semplice essere nominato Ministro e prendere in corsa la conduzione di una macchina complessa come il Ministero dello Sviluppo Economico: in ogni ambito, misura per misura, è stato necessario compiere una ricognizione dell’architettura e delle risorse assegnate e spese.

Abbiamo appena concluso questa attività sugli incentivi in essere: ci sono strumenti decisamente poco appetibili per le imprese, le cui risorse finanziarie potrebbero essere riallocate su misure maggiormente efficaci per il sistema produttivo. Inoltre, sono emersi troppi ritardi nell’effettiva messa a disposizione delle agevolazioni per i beneficiari: stiamo rivedendo alcune procedure affinché le risorse assegnate possano arrivare agli imprenditori il prima possibile.

È partito il piano di reingegnerizzazione della Nuova Sabatini, volta a semplificare la fase di erogazione delle agevolazioni e stiamo studiando dei miglioramenti per i contratti di sviluppo. Sulle ZES abbiamo avviato il programma per l’accelerazione della misura.

Ci siamo poi impegnati a riformare entro tre mesi la Legge 181 del 1989, strumento dedicato alle aree di crisi industriali: se vogliamo dare una risposta concreta ai territori in difficoltà, non possiamo permetterci di attendere più di due anni dal riconoscimento per erogare le prime agevolazioni per la riconversione e riqualificazione industriale.

È un problema di inefficacia dello strumento, ma anche di farraginosità dell’intera procedura. Stiamo lavorando per renderla più fruibile e per coordinarla con il grande lavoro che siamo chiamati a svolgere quotidianamente su oltre 150 tavoli di crisi, ragionando su un possibile potenziamento della disciplina che metta a sistema tutte le potenzialità dei tanti strumenti già esistenti, soprattutto per il Sud, che il Presidente Boccia ha citato più volte nel suo discorso. Spesso non si tratta di un problema di reperimento di nuove risorse finanziarie, ma di trovare le modalità per un loro corretto e proficuo impiego.

Tuttavia, non è ammissibile che lo Stato impieghi energie e risorse per tenere in vita imprese senza alcun fulcro. La nostra priorità è la salvaguardia delle filiere produttive, dei lavoratori e la conversione delle imprese, che hanno nuovi sbocchi di mercato grazie alle nuove tecnologie.

Con questo spirito abbiamo riconosciuto, qualche mese fa, Torino come area di crisi, convinti che il settore dell’auto si trovi di fronte a un decisivo punto di svolta e che anche lo Stato deve giocare la sua parte per sostenere la riconversione e l’innovazione tecnologica dell’intera filiera della componentistica.

Vi annuncio che è in corso anche una riflessione più ampia su Impresa 4.0, la cornice più estesa di strumenti finalizzati all’innovazione. Già in sede di Legge di Bilancio abbiamo voluto assicurare continuità al Piano dando ascolto al mondo imprenditoriale che ne chiedeva la proroga.

Sia i dati macroeconomici che le analisi del vostro Centro Studi confermano la bontà della scelta.

Pur con un fisiologico rallentamento, gli investimenti proseguono la dinamica espansiva: lo scorso anno sono cresciuti del 3,4%, l’anno prima quasi un punto percentuale in più. Nel 2017 l’iperammortamento ha agevolato 10 miliardi di spesa in beni strumentali a cui si aggiungono oltre 3 miliardi in beni immateriali.

Ci siamo limitati a una messa a punto degli strumenti, correggendo alcuni meccanismi distorsivi per potenziarne l’effetto addizionale e coinvolgere una platea di imprese sempre più ampia. I dati ci confermano invece che l’accesso all’iperammortamento non è omogeneo né per dimensione, né per ripartizione territoriale.

L’Istat certifica che i due terzi delle imprese italiane sono “indifferenti” alla digitalizzazione dei processi produttivi. Le imprese cosiddette “Digitali compiute”, quelle con alto capitale e alta digitalizzazione, sono appena il 3% e ancora meno sono le “Digitali incompiute”. Nel Nord si concentra oltre l’80% delle imprese beneficiarie e le imprese del Sud non riescono ad accedere alle agevolazioni.

Su questo voglio essere molto chiaro: noi non possiamo permetterci di lasciare indietro nessuno.

La crescita e la competitività delle nostre imprese passano da una sola via: l’innovazione. Non ci sono alternative.

Dobbiamo smettere di pensare che il nostro manifatturiero, spesso legato a settori tradizionali del Made in Italy, non abbia necessità di innovazione. Forse è vero che a oggi non tutte le imprese sono pronte, ma in questo lo Stato deve svolgere il suo compito: stimolare un bisogno e allo stesso tempo assicurare le condizioni perché venga soddisfatto, mettendo a disposizione delle imprese risorse e strumenti per l’innovazione.

È necessario che tutti si impegnino e contribuiscano ad accompagnare questo cambiamento che, prima ancora di essere tecnologico, è culturale.

In questi primi tre anni il Piano ha ottenuto risultati importanti, ha sostenuto progetti innovativi che ho avuto modo di apprezzare personalmente. Ho visto linee di produzione all’avanguardia, interamente automatizzate. Questi imprenditori ci riempiono di orgoglio.

Accanto ai casi virtuosi, tuttavia, non sono mancati abusi e distorsioni: sono consapevole che si tratta di comportamenti fisiologici ma, se non saremo in grado di limitarli, rischiamo di rendere effimeri i vantaggi del Piano.

Per dare continuità al processo di trasformazione digitale delle nostre imprese è arrivato il momento di fare una riflessione comune sulla prossima edizione del Piano. Serve un nuovo cambio di passo. Non possiamo accontentarci di reiterare anno dopo anno misure introdotte in una logica di “una tantum”. Nel timore di un mancato rinnovo, ogni ultimo trimestre assistiamo a un’affannosa corsa all’acquisto di macchinari per approfittare delle agevolazioni fiscali.

Il Piano, nato come misura a termine per imprimere uno shock positivo agli investimenti, non deve condizionare le scelte imprenditoriali: deve accompagnare e favorire le scelte imprenditoriali.

Allora diventa fondamentale, ed è questo il mio impegno per il prossimo anno, mettere le imprese in condizione di effettuare una programmazione di medio-lungo termine nella stabilità di un contesto definito.

Il Piano deve passare da un approccio straordinario a un approccio strategico: l’importanza dell’innovazione per la crescita e lo sviluppo del nostro Paese impongono che l’accompagnamento pubblico non sia oggetto di continui ripensamenti e modifiche.

La certezza dell’aiuto è ancora più importante dell’intensità!

Questo, dunque, il nostro progetto sul Piano Impresa 4.0 che si è rivelato un solido strumento per riattivare il ciclo degli investimenti. È mia intenzione riattivare un confronto tecnico costante sul Piano, convocando prima della pausa estiva una riunione della cabina di regia.

Il confronto è essenziale per essere certi di andare in una direzione gradita alle imprese: è questa la lezione che abbiamo imparato dalla vicenda del super ammortamento su cui abbiamo deciso di tornare indietro, rivedendo quanto deciso durante l’approvazione della Legge di bilancio.

La flessibilità è parte integrante del nostro metodo di lavoro, quando c’è da cambiare idea lo facciamo volentieri.

Vorrei, poi, riconoscere al Piano un ulteriore merito che va al di là dei numeri e di cui poco si parla: questo strumento ha portato l’innovazione al centro dei processi produttivi, anche nell’impresa più tradizionale.

Adesso è il momento di capitalizzare questo abbrivio. Occorre compiere un salto e accompagnare il processo anche nelle Piccole e Media Imprese: dobbiamo rafforzare la collaborazione tra industria, università, centri di ricerca e le altre istituzioni pubbliche perché, molto spesso, un progetto è il risultato di tante idee nate anche dal confronto e dall’unione di diverse teste provenienti da realtà differenti.

Lavorerò perché ogni groviglio di riflessioni, intuizioni, ipotesi possa trasformarsi in prototipi, brevetti, prodotti: la fruttuosa filiera del pensiero non deve essere interrotta per rimanere in un cassetto ma deve essere sostenuta, fino a che possa prendere una forma reale in un’impresa, perché rimane l’impresa il fulcro cui far riferimento in questo nuovo impianto.

Anche per quest’operazione sarà indispensabile compiere una ricognizione dell’esistente e, una volta individuati tutti i tasselli del mosaico delle varie istituzioni, adoperarsi e ricomporne la frammentarietà in un unico programma armonico di indirizzo e coordinamento centralizzato, abbattendo tutte le barriere che ostacolano il trasferimento tecnologico.

Stiamo lavorando ancora, rafforzando le altre grandi leve strategiche del Piano: le competenze e le infrastrutture immateriali.

Quest’anno abbiamo voluto introdurre un contributo per favorire la crescita di cultura manageriale delle nostre PMI. Ho firmato il decreto attuativo per assumere nelle nostre PMI un manager dell’innovazione che favorisca il processo di digitalizzazione, e siamo adesso in attesa della registrazione degli organi di controllo per dare il via alla misura.

Ma non possiamo accontentarci: sul fronte della formazione rispetto ai nostri competitor il differenziale è ancora troppo elevato, come diceva il Presidente Boccia. Il nostro è un Paese di grandi divari: siamo agli ultimi posti in Europa per analfabetismo in ITC e per laureati in discipline scientifiche, ma la qualità dei ricercatori italiani è un vanto riconosciuto a livello internazionale.

Una misura come quella appena approvata, denominata “rientro dei cervelli”, è una grande opportunità per far tornare nella nostra disponibilità grandi competenze, potenziando i benefici fiscali per chi rientra da un’esperienza lavorativa all’estero.

Nei prossimi mesi e nei prossimi anni abbiamo davanti a noi un’altra grande sfida: costruire le autostrade digitali.

Appena ci siamo insediati abbiamo dovuto affrontare un’emergenza, vale a dire evitare di perdere fondi comunitari per la difficoltà nella rendicontazione dei fondi. Abbiamo quindi costituito una task force al MiSE e messo in sicurezza nei tempi previsti queste risorse.

Abbiamo anche avviato insieme ad Infratel ed Open Fiber, il terzo bando per le aree bianche in modo da rispettare gli impegni del Piano.

Nei prossimi mesi ci aspetta una sfida più complessa: a giugno convocherò il Comitato Banda Ultralarga (COBUL) proponendo alle Regioni l’avvio del Piano Aree grigie per portare la banda ultralarga a 1 giga e il lancio di voucher per la connettività. Per questi obiettivi sono stati già allocati oltre 3 miliardi di euro.

L’Unione ha un futuro solo se, superata l’emergenza delle misure introdotte con la crisi del 2008 e lo stringente Fiscal Compact del 2012, rivede alcuni parametri di misurazione con l’esclusione dal conteggio del deficit degli investimenti che fanno crescere il capitale strutturale e umano.

Investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, come la ricerca e la formazione, sono indispensabili per far ripartire l’economia in tutti i Paesi e devono essere liberate da questo tipo di contabilità.

Anche per questo, durante la prima fase del Governo abbiamo privilegiato azioni per la redistribuzione del reddito, certi che il rilancio della domanda interna e la questione sociale fossero le priorità su cui intervenire.

Le misure di sostegno al ceto medio e alle famiglie sono fondamentali per far ripartire il Paese e dare il via al circolo virtuoso della domanda interna, da troppi anni stagnante. La platea che ho di fronte conosce bene questo meccanismo: quando si deprimono i consumi siete le prime vittime sono le imprese.

Quello che posso assicurare a questa assemblea è che dedicherò alle politiche per la crescita sostenibile il medesimo impegno e le stesse energie che hanno portato all’introduzione delle riforme sociali. Ma il successo delle nostre politiche è fatto di imprese che restano sul nostro territorio.

Le delocalizzazioni non sono solo quelle in cui avviene il trasferimento di un sito produttivo, ma anche “quelle fiscali”: basta con i paradisi e la concorrenza sleale dei grandi gruppi stranieri che generano fatturato nel nostro Paese e poi, grazie a vergognosi escamotage, si scelgono altre sedi, anche in Europa, per pagare meno tasse.

Chi produce ricchezza in Italia, deve pagare le imposte in Italia: tutti devono pagare il giusto affinché chi già paga lo faccia in maniera più equa.

Vogliamo lavorare per un sistema di tassazione più equilibrato sia nelle aliquote che nella partecipazione: l’attuale tasso di evasione non è sostenibile. Questo meccanismo perverso deve essere spezzato perché danneggia l’intera collettività e, in special modo, le imprese.

La cultura della legalità per me è centrale, in ogni suo aspetto e gradazione per il rilancio del Paese. Per le imprese virtuose, in vista della prossima legge di bilancio, lavoreremo all’introduzione di meccanismi premianti, iter autorizzativi semplificati, minori oneri burocratici.

È una questione di equità: non c’è ingiustizia peggiore che fare parti uguali per meriti diversi!

Io, dalla mia, sono pronto ad accogliere tutti coloro che vogliono costruire insieme a noi con l’umiltà di chi non si sente da una parte o dall’altra, più in alto o più in basso, ma al centro assieme a tutti voi del sistema Paese: molto c’è da fare, ma l’Italia, grazie al vostro impegno, può solo fare meglio!

Grazie."

 

 


Questa pagina ti è stata utile?

NO