Patuanelli interviene all'Assemblea Confindustria

Martedì, 29 Settembre 2020

Il discorso del Ministro 

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Il Ministro Stefano Patuanelli è intervenuto oggi all'Assemblea pubblica di Confindustria.

L'evento si è svolto a Roma all'Auditorium Parco della Musica.

 

Intervento del Ministro

 

Ringrazio innanzitutto per l’applauso preventivo che spero di meritare anche alla fine dell’intervento,

saluto e ringrazio il Presidente Bonomi,

tutte le Autorità presenti,

gli ospiti,

le imprenditrici e gli imprenditori presenti o collegati,

credo di non sbagliare se dico che nell'agenda degli eventi di qualsiasi Ministro dello Sviluppo Economico l’Assemblea annuale di Confindustria sia un evento centrale. Credo, quindi, che tutti i miei predecessori, dai Ministri dell’Industria, alle Attività Produttive, a quelli dello Sviluppo Economico, abbiano trovato certamente una forte emozione salendo su questo palco, parlando da questo pulpito.

Credetemi che farlo dopo tutto quello che abbiamo passato aumenta fortemente la mia emozione nel vedervi qui, ma soprattutto non posso che iniziare ringraziandovi.

Ringraziando tutte le donne e gli uomini che fanno impresa; che ogni mattina hanno continuato, quando hanno potuto, ad alzare la serranda della propria impresa, della propria attività; che hanno combattuto assieme a noi il periodo del lockdown; che hanno chiesto soltanto di poter ricominciare in sicurezza. Preoccupandosi e comportandosi come dei capofamiglia verso le loro famiglie, che sono i lavoratori che ogni giorno entrano nelle loro aziende e che hanno voluto e preteso soprattutto le condizioni di sicurezza, sia per i lavoratori che ovviamente che per se stessi. Pertanto ve lo dico veramente con il cuore: grazie!

Abbiamo vissuto mesi difficili: uno scenario da pandemia pareva visto solo nei film. In poche settimane però, abbiamo imparato a convivere con l’idea dell’esistenza di un virus in grado di attaccare la nostra vita da ogni punto di vista: biologico, sociale ed economico.

 

Contesto

Dati alla mano, ci troviamo un Paese completamente diverso da quello che potevamo immaginare all’inizio di quest’anno: il prodotto interno lordo ha registrato un calo pari al 17,6% nei primi due trimestri dell'anno. La contrazione dell’attività economica ha riflesso la perdita di produzione in tutti i maggiori settori. Dal lato della domanda, l’apporto negativo delle esportazioni nette risulta inferiore a quello della componente nazionale.

Tuttavia, dopo due drastiche flessioni in marzo e aprile, con la riapertura post-lockdown la produzione industriale a maggio ha invertito la tendenza, direi forse sopra le aspettative. Dimostrando, qualora ce ne fosse bisogno, la capacità di resilienza dei nostri settori produttivi.

Nei mesi estivi, anche le esportazioni hanno evidenziato segnali di vivacità, riportando forti incrementi congiunturali verso i mercati Ue e in misura superiore verso quelli extra-Ue.

Gli indicatori disponibili confermano il recupero in atto, dopo i minimi toccati in aprile, sebbene in misura parziale e disomogenea tra i settori.

Nel complesso il terzo trimestre segnerà quindi una svolta ciclica, ma non ancora sufficiente a normalizzare l’attività economica sui valori precedenti la pandemia, seppur a settembre continui il recupero anche del clima di fiducia delle imprese e delle famiglie. Anche oggi alcuni dati ce lo dimostrano.

Registriamo dunque timidi segnali di ripresa ma resta comunque la preoccupazione di fondo, l’incertezza che pesa nell’andamento dell’economia.

 

Europa

Questo Paese ha subito una ferita profonda, tutti noi l’abbiamo subita. Ma non ci siamo mai arresi.

Ora dobbiamo essere bravi a trasformare la paura in iniziative di rilancio, anche grazie alle risorse che arriveranno dall’Europa che nell’emergenza si è dimostrata vitale.

L’Unione Europea, spesso apparsa distante, ha finalmente mostrato un volto nuovo uscendo completamente dal suo ruolo di osservatore e, consentitemi, talvolta di mero controllore. Un’Europa che oggi si consolida e traccia un proprio sentiero di sviluppo.

Un cambiamento che è avvenuto a Bruxelles anche da un punto di vista politico e culturale grazie all'insediamento della nuova Commissione europea. Una Commissione e una Presidente, Ursula Von Der Leyen, che questa maggioranza ha deciso di sostenere addirittura prima che si formasse questo Governo nazionale. Perché eravamo convinti, allora come oggi, che attraverso un nuovo corso politico l’Europa potesse davvero cambiare dall’interno. E mi sembra che ciò stia avvenendo.

Per fare fronte alle conseguenze economiche della pandemia ha messo a disposizione risorse per 750 miliardi e anche la Banca Centrale Europea ha cambiato drasticamente il suo atteggiamento, di fatto facendo valere a livello mondiale il peso politico dei Governi nazionali degli Stati Membri.

Oggi il bilancio dell'Unione si presenta quasi raddoppiato e prevede uno sforzo di programmazione che dovrà necessariamente tradursi in investimenti pubblici e in piani di riforma, oggi indispensabili al progresso tecnologico e alla salute delle persone e dell'ambiente.

Il Governo ha dato battaglia a Bruxelles e, grazie all’abilità del Presidente Conte, l’Italia è riuscita a spuntarla, vincendo pregiudizi e resistenze che potevano compromettere l’esito delle trattative: questo è un successo di tutto il Governo che per il bene del Paese si è presentato compatto e solido, ottenendo credibilità e dunque risorse maggiori rispetto a tutti gli altri Paesi dell’Unione. Per la prima volta l’Italia diventa percettore netto e non più contribuente.

Adesso è il momento di rinsaldare la nostra leadership in settori industriali strategici (automobilistico, chimico, farmaceutico, aerospaziale, dei macchinari e molti altri), dando spazio ai cosiddetti campioni europei in grado di crescere, anche attraverso progetti congiunti, così da presidiare strategicamente alcune produzioni che non possiamo permetterci di lasciare esclusivamente ad altri: batterie, microprocessori e idrogeno su tutti.

Dobbiamo incrementare la nostra capacità di sviluppare, produrre e utilizzare le tecnologie della micro e nanoelettronica indispensabili alla trasformazione digitale, all’intelligenza artificiale, alla robotica, all’Internet of Things e all’automazione. Saranno questi i motori della nuova manifattura, della nuova impresa. Indispensabili per essere competitivi, battere la concorrenza, vincere nei mercati.

L’impegno del Governo sarà forte quanto lo è stato durante la piena emergenza.

 

Gestione della crisi

Non dimenticherò mai questa primavera, quando le informazioni rilevanti erano date dal numero di contagi, ricoveri e, amaramente, dei decessi. Parallelamente, assieme a quella tragedia sociale, era chiara a tutti la grande sofferenza anche dal punto di vista della sostenibilità economica che sarebbe toccata ai settori produttivi del Paese.

Gestire la crisi nella sua fase acuta è stata una prova durissima. Abbiamo dovuto lavorare contemporaneamente su più piani e decidere è equivalso a dettare le priorità per 60 milioni di persone, cercando di rispondere in primis ai nuovi bisogni emersi durante il lockdown.

Ci siamo presi le nostre responsabilità, talvolta nostro malgrado.

Vi assicuro che per un Ministro dello Sviluppo economico far chiudere le aziende non è facile, non è umanamente facile prendere quelle decisioni, ma ci siamo supportati nel Governo e abbiamo avuto una grande risposta da tutti voi. Ogni decisione non poteva essere rimandata perché avrebbe significato per tutti più perdite.

Perdite di vite umane, di risorse, di posti di lavoro.

Oggi sono giorni di scelte non meno impegnative, che segneranno il percorso di sviluppo dei prossimi anni, per la nostra generazione e per quelle future.

 

La nuova programmazione

Per tutta l’estate e ancora oggi le strutture dei diversi ministeri si sono dedicate con encomiabile impegno alla stesura dei piani di investimento da presentare a Bruxelles, consapevoli che la vera sfida sta nella delicata fase dell’execution, dove i progetti vanno messi a sistema e resi operativi.

Se noi non facciamo cadere a terra i progetti, le cose che progettiamo rimangono su un pezzo di carta e a voi non arrivano. E’ questa la sfida vera che abbiamo nei prossimi giorni e nelle prossime settimane.

È chiara la visione di politica industriale per l’Italia che vogliamo. Per il rilancio del nostro sistema produttivo.

 

Visione di politica industriale

Presidente Bonomi, in questi ultimi mesi mi sono spesso domandato perché l’imprenditore percepisca nemico lo Stato, perché l’impresa senta in modo esclusivo il rischio di svolgere la sua attività in un contesto così difficile e perché lo Stato venga percepito solo come un esattore.

L’ho visto anche nella mia attività professionale. Spesso gli imprenditori chiedono di fare un investimento, ma poi ci rinunciano perché non hanno fiducia.

Dobbiamo uscire da questa visione.

Mi permetto di dire che abbiamo cercato di farlo anche con le misure che abbiamo adottato nei mesi in cui abbiamo affrontato la crisi economica a due mani. Penso al decreto Liquidità che ha avuto delle difficoltà iniziali, ma che entro fine anno consentirà al sistema bancario di erogare oltre 100 miliardi di liquidità. Penso alla norma sul Fondo perduto che ha funzionato in pochissimi giorni ed è stata riconosciuta come una misura importante, alla cancellazione del saldo e dell’acconto dell’Irap e al primo passo sui pagamenti della PA. Un impegno, questo, che mi ero preso e che insieme al Ministro Gualtieri abbiamo iniziato a percorrere.

Tuttavia non basta, Presidente. Io penso che lo Stato debba accompagnare l’impresa verso il nuovo mondo che si sta delineando, accollandosi anche alcuni rischi.

Questo non vuol dire sedersi nei consigli di amministrazione delle aziende. Vuol dire uno Stato che è a fianco di chi fa impresa, che ascolta i tessuti produttivi e fa un pezzo di strada con loro.

Quando una famiglia compra una casa fa un mutuo che poi ripagherà negli anni con gli stipendi, ma se c’è un terremoto è lo Stato che deve ripagare quella casa che è crollata, perché il cittadino altrimenti dorme per strada! In questo momento c’è stato un terremoto nei nostri sistemi produttivi. Lo Stato deve fare la sua parte altrimenti avremo solo macerie da raccogliere e non possiamo permettercelo!

Con queste premesse qual è oggi la politica industriale adeguata?

La risposta è semplice: occorre una politica industriale che ha nella centralità dell’impresa, nella crescita e nella sostenibilità gli assi fondamentali di riferimento. E sul tema della sostenibilità vorrei essere preciso.

Per fare in modo che l’impresa sia il fulcro della nuova Italia che dovremo disegnare assieme, lo Stato deve essere il garante delle tre dimensioni della sostenibilità, deve farsene carico. Non esiste la sostenibilità ambientale senza una sostenibilità economica e senza una sostenibilità sociale. Queste tre sostenibilità, nell'Italia dei prossimi dieci anni che il Governo sta costruendo, non esistono se non assieme. Questo concetto sarà la nostra guida e dovrà essere la nostra guida.

Vogliamo costruire un Paese che attraverso il rilancio degli investimenti in ricerca e innovazione nei sistemi produttivi e distributivi, riacquisti la necessaria forza competitiva.

Un Paese capace di puntare concretamente sulle nuove competenze, sulla professionalità, sul merito per dare qualità e dignità al lavoro e attrarre nel nostro mondo produttivo i giovani con le loro idee.

Abbiamo un’occasione irripetibile e non mi riferisco solo alle risorse provenienti dall’Europa. Abbiamo la possibilità di tracciare una nuova fisionomia dell’Italia, ridisegnando la nostra struttura produttiva e competitiva.

Al Ministero dello Sviluppo economico ci stiamo dedicando all’architettura dei progetti, pochi, ma ad alto impatto - checchè ne dica la narrazione mediatica - concentrati in tre macro-aree tese tutte verso le tre sostenibilità di cui parlavo prima:

  • supporto alla transizione digitale e innovazione;
  • sostegno alla transizione energetica;
  • attrattività e rafforzamento del sistema produttivo.

Stiamo lavorando prestando molta attenzione all’ascolto quotidiano di chi come voi la mattina si alza e va in azienda. E’ quindi in grado di percepire i problemi e le difficoltà del fare impresa e del programmare investimenti.

 

Diritti degli imprenditori

Oggi sono certo di poter sintetizzare il risultato di tale ascolto in questo richiamo: abbiamo bisogno di un Paese dove sia semplice fare impresa. Lo ribadisco: semplice fare impresa.

Spesso ci dimentichiamo che essere imprenditore è una libertà che la nostra Costituzione riconosce a ciascuna persona e i cui limiti non possono essere «tali da renderne impossibile o estremamente difficile l’esercizio».

Molto spesso, e ritengo giustamente, il dibattito pubblico si basa sulla centralità dei diritti: diritti dei lavoratori, diritti dell’ambiente, diritti sociali. Vorrei parlassimo anche dei diritti dell’imprenditore.

Allora da Ministro mi sento di poter fare da eco alla vostra voce, dicendo che voi avete il diritto a fare impresa in un contesto di regole chiare, stabili e certe nel tempo, in grado di sostenere i vostri sforzi quotidiani, la crescita delle vostre imprese, senza essere soffocati dalla burocrazia e dagli adempimenti.

 

Transizione 4.0

Per questo ritengo che il Recovery Fund non dovrà essere speso, ma investito per dare maggiori certezze a chi lavora in impresa, garantendo che le misure fondamentali siano stabili nel tempo.

Su questo, oggi sono qui anche per dare delle prime concrete risposte, come ha chiesto il Presidente nella parte finale del suo intervento.

La nostra strategia per le imprese inizia dalla stabilizzazione pluriennale e dal potenziamento di misure che consideriamo strategiche, a partire dagli incentivi 4.0 - e guardo il Ministro Gualtieri che dovrà prenderne nota - incrementandone l’intensità, soprattutto sulle tecnologie di frontiera e favorendo sempre più l’estensione della platea dei beneficiari.

Tutto questo servirà, ne siamo sicuri, a dare un nuovo vigore al pacchetto delle misure e far sì che in ogni settore, in ogni parte d’Italia e in ogni impresa, grande o piccola che sia, le agevolazioni favoriscano il rinnovamento.

Un rinnovamento che ci aspettiamo non solo nei processi, ma soprattutto nei prodotti che tanto caratterizzano il nostro Made in Italy, frutto di uno speciale mix di genio, istinto e tradizione, da sostenere e tutelare anche contro la contraffazione.

Ciò che dobbiamo ottenere è il giusto equilibrio tra l’artigianalità del prodotto italiano, che non può essere messa in discussione e che crea il prodotto italiano cui guardano i mercati esteri. Il tentativo è di rafforzare la piccola e media impresa che ha all’interno quel prodotto artigianale in un ragionamento di filiera che è fondamentale fare.

Oggi più di ieri siamo convinti di dover proseguire questo percorso per raggiungere quante più imprese possibile e metterle in condizione di poter innovare.

Tuttavia, sappiamo che non basta investire in soli beni e tecnologie. Qualsiasi macchina, dopo l’acquisto, va fatta funzionare: dietro ogni macchina c’è sempre una persona. Infatti, la ricerca e l’innovazione non esisterebbero senza l’intelligenza umana.

È evidente dunque che le competenze digitali, di base o qualificate, rappresentano un presupposto fondamentale per sfruttare al meglio le potenzialità delle attuali tecnologie e di quelle future, che richiederanno sempre più specializzazione.

Accanto alle infrastrutture fisiche, da rendere sempre più stabili e performanti, conterà costruire una solida infrastruttura culturale digitale.

Per questo motivo, lanceremo un piano straordinario sulla formazione 4.0 e la diffusione delle competenze digitali all’interno dell’impresa, a partire da voi, dagli stessi imprenditori.

Allo stesso tempo, la ricerca scientifica e applicata dovrà essere il fulcro degli investimenti perché rappresenta il grimaldello attraverso cui poter recuperare la produttività persa negli ultimi 20 anni. L’ossigeno del Recovery Fund sarà indispensabile per investire e recuperare in comparti più rilevanti delle tecnologie di frontiera.

Oltre ai grandi progetti europei su microelettronica, batterie, puntiamo alla creazione di 5 Centri, dei veri Network di Alta Tecnologia, nell'Intelligenza Artificiale, nel Quantum Computing, nell'Idrogeno, nelle Tecnologie Verdi e nel Biomedicale.

 

Trasferimento tecnologico

Investiremo in questa direzione consentendo la diffusione e lo scambio di conoscenza a vantaggio soprattutto delle imprese prive di tecnostrutture, quelle che hanno maggiori difficoltà a essere competitive nelle filiere. Diciamolo francamente: non siamo stati bravi nel passato su questo fronte.

In questo nuovo percorso saranno sempre più essenziali strumenti in grado di permettere una diffusione del sapere attraverso il trasferimento tecnologico.

Strumenti come i Competence Center, i Digital Innovation Hub, anche europei, i PID e gli ecosistemi che ruotano intorno a queste strutture, permetteranno alla conoscenza di giungere fino ai confini più remoti del tessuto imprenditoriale, coinvolgendo nelle produzioni anche le imprese più piccole, così da consolidarsi all’interno della filiera. Così come favoriremo sempre più la crescita e lo sviluppo di start-up attraverso azioni di sistema e nuove leve come il Fondo Nazionale Innovazione ed Enea Tech.

 

Superbonus

Un altro strumento fondamentale, e mi concederete su questo un po’ di “campanilismo professionale”, è il Superbonus. Uno strumento che sono felice di aver contribuito a creare e che proporrò di prolungare oltre la sua attuale data di scadenza prevista a fine 2021, confermando la cedibilità dei crediti e scrivendo finalmente un testo organico, così da entrare stabilmente nel nostro ordinamento. E’ una di quelle certezze di cui gli imprenditori hanno bisogno.

Questo sarà propedeutico a raggiungere pienamente tre obiettivi:

  • il rilancio produttivo di un settore e di una filiera centrale del nostro Paese, che nel corso degli anni ha pagato tutte le crisi economiche a caro prezzo e che coinvolge a cascata molti altri settori industriali collegati all’edilizia in modo indissolubile;
  • il secondo aspetto cruciale è costituito dalle riqualificazioni energetiche e antisismiche del nostro patrimonio residenziale privato, dando al contempo garanzia ai cittadini di poter accedere a quegli interventi senza esborso di denaro. Questo ne fa anche una misura sociale, che garantisce a tutti, a prescindere dalle fasce di reddito, di poter vivere in case efficienti e sicure;
  • terzo elemento fondamentale è quello del risparmio energetico, in cui il settore dell’edilizia partecipa in modo massiccio al raggiungimento di questi obiettivi di target di riduzione delle emissioni di CO2.

 

Sostenibilità, transizione energetica e idrogeno

E pensando al tema della sostenibilità ambientale, è evidente che la maggiore disponibilità di risorse ci offre oggi l’opportunità di elaborare soluzioni più sostenibili a fronte dell’innegabile cambiamento climatico e del grave inquinamento atmosferico. Abbiamo obiettivi sfidanti in termini di decarbonizzazione, anche grazie al PNIEC.

Occorre fornire soluzioni perché viviamo il seguente paradosso: le previsioni al 2040 ci parlano di un aumento della domanda di energia a livello mondiale pari al 27%, ma il nostro carbon budget per rimanere sotto i 2 gradi di aumento della temperatura globale, ossia la soglia di non ritorno, è di soli 16-17 anni. Insomma nei prossimi anni occorre fornire molta più energia e contemporaneamente occorre inquinare molto meno.

Stiamo elaborando strategie di lungo periodo e piani esecutivi basati su ricerca, efficienza e sostegno alla transizione dal fossile all’energia pulita.

Occorre una strategia diversificata a favore dell’efficienza energetica. Dobbiamo insistere sulle rinnovabili, investendo su progetti sperimentali per ridurre le emissioni di carbonio in tutti i settori industriali attraverso l’adozione di nuovi materiali, di nuovi processi produttivi e di nuovi prodotti a basso impatto ambientale. Bisogna investire in nuove fonti di energia come l’idrogeno, soprattutto verde, su cui registriamo un ritardo rispetto ai nostri competitor europei.

Non c’è più possibilità di scelta tra farlo e non farlo.

Troppo spesso in passato abbiamo scelto di non scegliere e la colpa è stata principalmente della politica. In questo momento siamo a un incrocio con il semaforo giallo e sull’idrogeno non possiamo non decidere.

Per questo il Governo ha scelto di essere in questa partita avendo tutte le prerogative e le intenzioni per giocare un ruolo centrale a livello mondiale.

L’Italia è stato il primo Paese a credere nella sfida dell’idrogeno: oggi non dobbiamo perdere quella capacità di leadership maturata dai nostri ricercatori e da voi imprenditori. Uno studio presentato recentemente a Cernobbio ha mostrato che l’idrogeno è un acceleratore di ricchezza: si prevede che entro il 2050 il suo sviluppo potrebbe portare tra i 22 e i 37 miliardi di Euro di contributo al Pil e 540 mila nuovi posti di lavoro.

Le sperimentazioni condotte mostrano che questo obiettivo è possibile. Ecco perché il Governo crede fortemente in questo percorso sul quale investiremo, tra la manovra di bilancio e il Recovery Plan, non meno di 3 miliardi sull’IPCEI Idrogeno.

In questo settore possiamo fare dell’Italia l’hub del Mediterraneo. Credo che la scelta referendaria di uscire dai programmi nucleari abbia condotto il nostro Paese a fare degli investimenti importantissimi sul trasporto del gas. Abbiamo, infatti, una infrastruttura che non può rimanere vuota, se in futuro abbandoneremo gli idrocarburi.

L’idrogeno è la molecola del futuro, che da una parte ci consentirà di usare questa infrastruttura e dall’altra ci concede oggi un vantaggio tecnologico nei confronti degli altri Paesi. Francia e Germania stanno mettendo sul piano idrogeno più soldi di noi perché hanno bisogno di realizzare quella infrastruttura. Noi invece ce l’abbiamo già.

La creazione di ricchezza da parte dell’idrogeno è inoltre una ricchezza democratica. Consentirà anche ai Paesi del Nord Africa una grande produzione di idrogeno e per questo motivo l’Italia può diventare il primo punto di approdo, e quindi l’hub europeo, della nuova fornitura di energia. Questo ci metterà in una condizione opposta a quella in cui ci troviamo oggi, dove paghiamo un costo energetico superiore proprio per la nostra collocazione geografica. Credo che questo sia un canale che non possiamo perdere e non possiamo permetterci di perdere.

Queste sfide, e mi avvio alle conclusioni, implicano un impegno non indifferente da parte di tutti: per l’industria, che sarà in prima linea nel processo verso la transizione energetica; per il consumatore, che dovrà essere maggiormente responsabile dei propri comportamenti; per le istituzioni, che hanno il compito di dare oculatamente, ma celermente, riscontri a chi attende regolamenti, autorizzazioni e concessioni.

 

Specifici settori

Il tempo si manifesta ancora una volta un fattore chiave: una risposta può essere perfetta, ma può rivelarsi inutile se arriva troppo tardi e questo vale anche per alcuni settori specifici che la crisi sta ulteriormente piegando, come la siderurgia e l’automotive.

I cambiamenti in atto vanno indirizzati e sostenuti anche con misure straordinarie, ma pur sempre calibrate, in modo tale da offrire alle imprese il tempo necessario al loro recepimento.

Bisogna evitare gli errori del passato quando non siamo stati in grado di cogliere le opportunità del cambiamento per poi dover ripiegare in una posizione di subalternità nei confronti delle conquiste altrui.

 

Attrattività

Anche per questo dobbiamo continuare a lavorare sulla cornice sistemica, così da rendere il nostro Paese più attrattivo, eliminando le tante viscosità che finora hanno reso il fare impresa in Italia più difficile e meno conveniente che altrove. Al contempo, creando le condizioni per riportare a casa le nostre esclusive produzioni e attrarre quelle degli altri, con un serio programma di back reshoring.

 

Conclusioni

Sono tutti obiettivi ambiziosi, difficili da perseguire, ma gli unici in grado di portarci fuori da uno stallo che da troppi anni ci ha incagliato su sentieri asfittici di sviluppo.

È indispensabile che tutti, a partire da noi presenti in sala, facciamo prevalere un forte senso di responsabilità nell’affrontare questa fase di programmazione dove diventa strategica l’unità nazionale.

Se vogliamo tutti bene all’Italia, e sono certo che è così, è l’ora di lavorare insieme, individuando metodi lineari condivisi per affrontare le grandi sfide che ci attendono.

In questo scenario ognuno può avere un ruolo da protagonista, ma non dobbiamo cedere alla tentazione di semplificare eccessivamente il linguaggio o trincerarci dietro posizioni ideologiche che non appartengono più alla nostra epoca, e non devono appartenervi, e al futuro che assieme dobbiamo costruire.

Se penso a quale sia l’obiettivo più sfidante del mio mandato, è quello di ricostruire un sentimento, che forse mancava già da prima, ma che è stato messo in discussione totale dal coronavirus, ed è il sentimento della fiducia.

Noi, Governo, dobbiamo creare le condizioni perché chi fa impresa si possa fidare di quello che facciamo e io voglio anche creare le condizioni perché chi prende le decisioni sappia di potersi fidare di chi fa impresa.

Carlo, tu hai parlato di un patto e noi siamo qui a raccogliere la tua sfida. Un patto per il nostro Paese, perché da questa pandemia possiamo uscire davvero più forti di prima, ma soltanto ad una condizione: che lo facciamo insieme, noi, il Governo, il decisore politico, chi fa impresa e le parti sociali.

Non possiamo lasciare che prevalga la logica della contrapposizione. Deve prevalere il buonsenso del fare le cose insieme.

La storia ci guarda e ci giudicherà. Ci guardano i nostri figli, che ci renderanno conto di quello che abbiamo fatto. Io di figli ne ho tre e quindi sono preoccupato del fatto che tutti e tre fra qualche anno possano chiedermi conto e dirmi: “Papà, ma tu eri lì. Perché non hai fatto niente?”

Grazie.

 

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