Intervista del Ministro Calenda a "La Stampa"

Venerdì, 09 Febbraio 2018

"Bene la vendita agli americani Ma era meglio la quotazione". "In Italia imprenditoria forte e capitalismo fragile"


E ora lo chiameremo «Amerigo» oppure «Little Italo»? Carlo Calenda sorride nella luce assolata di febbraio e risponde «Amerigo», anche se ovviamente il caso non si pone. Il passaggio dell'alta velocità privata italiana agli americani del Fondo Gpi gli pare «una storia da manuale». Certo che, precisa il ministro per lo Sviluppo economico, «se si fosse conclusa con gli azionisti che portano Italo in Borsa sarebbe stato un finale perfetto». Però è andata così, «era loro diritto vendere». Fine della storia o, almeno, della puntata.

Ministro, resta che nella difesa dell'opzione «Borsa» si potrebbe vedere la voglia di tutelare la «vostra» Trenitalia.

«Figuriamoci! Io credo che l'azionista di Italo debba rimanere privato. Penso solo che sarebbe stato bello se gli azionisti avessero mantenuto una quota per continuare a partecipare allo sviluppo successivo dell'azienda».

Un passo indietro. l'Italia è stata la prima ad aprire l'alta velocítà alla concorrenza. Bilancio positivo?

«È un esempio di scuola per spiegare che la concorrenza è importantissima. Si è aperta la porta a un grande investimento industriale nel settore dei servizi che dà lavoro a tanti, ha avuto effetto sui costi e sulla qualità del servizio per i cittadini. Essere stati i primi è stato un vantaggio. Sbaglia chi non lo ha fatto».

Trenitalia deve preoccuparsi per il concorrente americano, nuovo e dinamico?

«Per nulla. Non si può dire che Italo non fosse dinamico. Gpi è un investitore finanziario - in questo caso non un avvoltoio abituato a investimenti di lungo periodo. Resta però un investitore finanziario. Gli imprenditori per me sono sempre preferibili nella gestione di un'azienda. Per questo Padoan ed io auspicavamo rimanessero dentro gli imprenditori perché avrebbero continuato a guidare come hanno fatto fino a adesso bene anche in condizioni difficili».

Difficili, in che senso?

«Hanno dovuto affrontare negli anni una concorrenza di Trenitalia che, soprattutto all'inizio, è stata lungi dall'essere leale. Il governo non ha regalato soldi in partenza e, come azionista di Trenitalia, in passato gli ha messo qualche bastone tra le ruote. Bisogna riconoscere il loro impegno e la loro abilità».

Non teme che il nuovo azionista cambi le regole per i lavoratori e le regole aziendali?

«No. Ci sono delle norme che valgono per italiani quanto per gli stranieri. Oltretutto i treni hanno la peculiarità di operare in Italia, non c'è la minaccia della delocalizzazione. In questo caso la difesa dell'italianità è un nonsenso».

Fra pochi anni Italo potrebbe sfidare Trenitalia sulle tratte non veloci.

«È giusto che succeda. La parte di servizio meno remunerativa (ma con contributo pubblico) deve beneficiare della concorrenza. Inevitabilmente, migliorerebbe la qualità».

Come si spiega l'assenza dí investitori italiani per Italo?

«Noi italiani siamo molto bravi sino a una dimensione di impresa media, anzi siamo i più bravi, come dimostra la crescita degli investimenti privati e dell'export superiore a quella tedesca. Quando però si arriva al momento del salto dimensionale, spesso manca la cultura. Siamo un'imprenditoria forte, e un capitalismo storicamente fragile. Per cui, quando viene il tempo, arrivano i capitali stranieri che non vanno demonizzati. I marchi di moda comprati da stranieri, per fare un esempio, sono cresciuti comparativamente più di quelli italiani».

Nessun problema?

«Ci possono essere casi di interventi predatori. Per questo abbiamo adottato la normativa che consente di porre un limite».

Qual è la lezione Italo per il caso Alitalia?

«Sono due mercati diversi. Nei cieli la concorrenza è molto più forte. La lezione è che serve l'intervento di una struttura che si occupi stabilmente del business in questione, nel caso l'aviazione civile. Non qualcuno che improvvisi, ma un esperto del mercato».

Ha auspicato che per Alitalia si chiuda prima del voto. Ci scommette?

«Le possibilità sono oggettivamente scarse. Gli investitori che si erano fatti avanti hanno frenato a causa delle elezioni. Continuerò a lavorare per una soluzione non facile. Intanto, è importante che i commissari non abbiano toccato il finanziamento pubblico, ma è anche vero che Alitalia è fragile, in quanto troppo piccola per competere. Dobbiamo metterla in sicurezza al più presto».

Teme che il voto porti a un altro pasticcio politico come quello 2008?

«Il fallimento della cordata fu così clamoroso che non vedo nessuno che possa ripensare un meccanismo artificiale per garantire l'italianità dell'azienda. La cosa importante sono i collegamenti, non se Alitalia è la compagnia di bandiera che non può più essere».

 

Autore: Marco Zatterin
Testata: La Stampa
Data: 9 febbraio 2018


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